Il centenario di Tusa, l’Indiana Jones siciliano

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La scoperta di Selinunte e del Giovinetto di Mozia: ritratto dell’archeologo le cui ceneri ora riposano nel “suo” parco.

«Fermi, non scappate perchè vi debbo solo parlare. Voglio farvi una proposta: voi da domani in poi lavorerete per me, per la Soprintendenza, però ricordate che dovete abbandonare completamente l’illegalità. Chi farà questo sarà ben accetto, chi invece vorrà continuare a fare il tombarolo, io lo combatterò in tutti i modi e vedete che ne sono capace».
Vincenzo Tusa sapeva bene che i tombaroli conoscevano ogni angolo del sito di Selinunte, ogni scorcio della grande area che custodiva i resti della città antica, meglio di chiunque. Così, da soprintendente alla Sicilia occidentale, pensò di “sfruttarli” legalmente e di coinvolgerli nella sua avventura alla scoperta di quello che divenne uno dei parchi archeologici più grandi d’Europa. Erano i primi anni Settanta e Tusa intuì che la tutela sarebbe stata l’arma migliore per la conoscenza del patrimonio a cui contribuì soprattutto diffondendo un senso comune di appartenenza e condivisione.

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